
Identità frantumate: Plath e Pirandello
Il concetto di identità ritorna nelle opere di Pirandello e quelle di Plath, opere che si intersecano reciprocamente se lette come variazioni di uno stesso movimento identitario, dove la maschera sociale e la ferita psichica non si oppongono, ma si rispecchiano. In questa prospettiva comparativa, “Il fu Mattia Pascal” e “La campana di vetro” si incontrano nella rappresentazione di un io che tenta di rinascere attraverso una frattura radicale.
Identità ed esistenze in bilico
Mattia, creduto morto, attraversa la propria “morte civile” come un varco metafisico, mentre Esther Greenwood discende nella depressione come sotto una campana di vetro che deforma il mondo. Entrambi vivono un’esperienza di sospensione — Mattia tra Miragno e Roma, Esther tra l’ospedale e la propria mente. Anche se in modi diversi, scoprono che l’identità non può essere ricostruita senza il riconoscimento dell’altro. L’uno resta un “fu”, l’altra tenta una risalita che non cancella la ferita.
Frammentazione dell’io in Luigi Pirandello e Sylvia Plath
La stessa dinamica di scollamento dell’io si precisa ulteriormente nel confronto tra “Uno, nessuno e centomila” e i “Diari” di Plath. Moscarda, che si osserva allo specchio e non si riconosce, risuona con la diarista che registra quotidianamente la metamorfosi del proprio io. In effetti, le annotazioni sono oscillazioni emotive che ricordano la “mistica del divenire” a cui approda Moscarda. Il dettaglio del naso che incrina l’identità borghese trova un’eco nelle micro‑percezioni diaristiche plathiane — un umore, un gesto, una frase — che bastano a deviare l’immagine di sé.
Conflitti interiori e pressioni sociali
Il parallelismo si estende anche alla dimensione collettiva: “I vecchi e i giovani” trova un contrappunto in “Lettere”, dove la crisi delle identità generazionali, politiche e storiche si riflette nella tensione epistolare tra conformità e autenticità. La disillusione post‑risorgimentale, che logora famiglie e ideali, risuona con la pressione dei modelli sociali che attraversa le lettere di Plath, dove la giovane donna tenta di aderire a ruoli prestabiliti mentre la voce poetica reclama una verità più nuda.
Il confine fragile dell’identità
La questione dell’identità come territorio esposto a forze esterne emerge con particolare evidenza nel rapporto tra “Suo marito” e “Johnny Panic e la Bibbia dei sogni”. Nel romanzo pirandelliano, l’identità creativa di Silvia Roncella viene manipolata e mercificata dal marito, mentre nel testo plathiano la protagonista si lascia invadere dai sogni altrui fino a perdere i confini del proprio io. In entrambi i casi, l’identità è un campo vulnerabile, attraversato da pressioni che la deformano.
Due volti della modernità
Una diversa declinazione della frattura identitaria si osserva nel confronto tra “Si gira…” e “Ariel”: Serafino Gubbio assiste alla trasformazione dei corpi in immagini tecniche, ridotte a ruoli riproducibili. A sua volta, la voce poetica di Plath trasforma la sofferenza in energia visionaria, in un linguaggio che corre come un cavallo lanciato. La fissità della pellicola e la velocità di Ariel rappresentano due modalità opposte di affrontare la frattura dell’io. Pirandello la immobilizza, Plath la incendia.
Le svolte invisibili dell’identità
Una logica affine governa il rapporto tra le “Novelle per un anno” e “Tulipani”, dove un dettaglio minimo — un malinteso, un gesto, un fiore rosso — può deviare un’intera esistenza. Nelle novelle, la maschera sociale agisce nelle micro‑situazioni quotidiane. In Plath, i tulipani invadono la stanza d’ospedale e richiamano la voce lirica alla vita, al corpo, al dolore. In entrambi i casi, l’identità è esposta a pressioni minute ma decisive.
Palcoscenico e metamorfosi
La questione dell’incompiutezza trova un terreno comune nel confronto tra “Sei personaggi in cerca d’autore” e “Lady Lazarus”. I personaggi pirandelliani, sospesi tra vita e forma, risuonano con la voce poetica che in Plath mette in scena resurrezioni cicliche, trasformando la distruzione in rinascita. I Sei Personaggi chiedono un autore che li compia. Lady Lazarus si compie da sé, attraverso la propria morte simbolica. Entrambi rivelano che l’identità è un atto performativo.
Il rifiuto dell’identità imposta
Il conflitto tra ruolo imposto e desiderio di emancipazione si articola con particolare forza nel confronto tra “Enrico IV” e “Papà”. Il protagonista pirandelliano, imprigionato nel ruolo dell’imperatore, sceglie di continuare a recitare la follia. L’io poetico di Plath affronta la figura paterna come un’autorità interiorizzata da cui liberarsi. Enrico resta nel personaggio, la voce di Plath lo uccide simbolicamente.
Pluralità e rottura del reale
La questione della verità come campo di interpretazioni si precisa nel rapporto tra “Così è (se vi pare)” e “Papà”. L’opera pirandelliana mostra l’impossibilità di conoscere la verità dell’altro. La poesia plathiana mette in scena la verità emotiva come atto di rottura. La pluralità delle versioni in Pirandello e la violenza simbolica in Plath convergono nell’idea che l’identità sia sempre un campo di interpretazioni, mai univoco.
Due modi di vivere il dolore
Una diversa modulazione della frattura emerge nel confronto tra “Il giuoco delle parti” e le poesie più performative di Plath, da “Ariel” a “Lady Lazarus”: Leone Gala tenta di vivere secondo un distacco razionale, riducendo la vita a un gioco di ruoli. La voce poetica di Plath esplode oltre ogni forma, trasformando la ferita in potenza. Il gelo di Leone e il fuoco di Ariel sono due strategie opposte per affrontare la frattura dell’io.
Etichette e imposizioni sociali
La dimensione dell’identità imposta dall’esterno trova un ulteriore riscontro nel rapporto tra “La patente”, “Johnny Panic” e i “Diari”: Chiàrchiaro è costretto a incarnare l’identità di iettatore imposta dalla comunità. La protagonista plathiana è invasa dai sogni altrui e la diarista è invasa dalle proprie oscillazioni psichiche. In entrambi, l’identità è un’imposizione che si interiorizza, una maschera o una ferita che diventa parte del volto.
Strategie di sopravvivenza psichica
La costruzione immaginaria dell’identità emerge con particolare intensità nel confronto tra “La vita che ti diedi” e “La campana di vetro”: Anna costruisce un mondo alternativo per sopravvivere alla perdita del figlio. Esther attraversa la distorsione psichica come un modo per vedere la propria estraneità. La ferita e la maschera diventano strategie di sopravvivenza, atti creativi che proteggono e insieme imprigionano.
La trasformazione irreversibile dell’identità
Il percorso comparativo trova infine una sua chiusura naturale nel rapporto tra “Come prima, meglio di prima”, “Lettere” e “Diari”. Il tentativo impossibile di ricomporre un’identità relazionale spezzata risuona con la tensione plathiana tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è. In entrambi, l’identità non torna mai “come prima”. Di fatto, si trasforma, si incrina, si rigenera nella frattura, lasciando dietro di sé una scia di forme abbandonate.
Prof. Ciro Sorrentino
Saggista dei generi letterari e teorico del pensiero ermeneutico
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